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La città presa a schiaffi

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Dall'ex Assessore all'Urbanistica Nicola Amenduni riceviamo
 

Caro Albrizio, 

come anche tu auspichi in un recente post che ho letto sul sito di RuvoLibera, essendo tanti i problemi che ci attendono, e trascorsa la vacanza estiva, sarà opportuno riprendere discorsi e discussioni che, pur in un quadro di riferimento non localistico e non provincialistico, ci aiutino a dipanare problematiche che soffocano i bisogni anche nostri, a livello locale (quelli veri e non di superficie, c’è da sperare).

 

Il blog di RuvoLibera da tempo è in questo impegnato, e per questo distinguibile meritoriamente (a mio parere s’intende), con argomentazioni per la maggior parte da me condivisibili, e per altri versi non condivisibili. Questo naturalmente non è un problema, essendo auspicabile sempre il confronto fra vari punti di vista, fatta salva la condanna della disonestà intellettuale e malafede.

Io, come sai, non concordo affatto con talune riflessioni tue, come con quelle di altri, che assolutamente tengo distinti da te (riconoscendoti coraggio e lealtà), specie quelle riguardanti la recente storia locale in tema di politica urbanistica ed edilizia (PRG vigente, PUG etc.), ed in particolare in tema di politica edilizia residenziale pubblica (coop. Edilizie e art. 51 della legge 865/71, Etc.).

Sono molti i corvi, grandi e piccoli, professionisti, funzionari, attivisti/amministratori politici e imprenditori della rendita fondiaria, che su questo tema sproloquiano (ancora una volta tengo te da parte).
Il loro sproloquio appare francamente in malafede e, peggio ancora, a copertura di interessi non proprio innocenti e, in quanto tali, al di fuori della necessaria lealtà intellettuale.

In qualche caso, mio malgrado, sono stato incautamente e slealmente tirato in ballo per nome e cognome.
Pur tirato in ballo, non ho ritenuto rispondere, visto il livello e le finalità; con mio dispiacere, giacchè non ho mai sopportato i neutrali (come la Svizzera opulenta) e tantopiù la neutralità dei super-partes, necessitando la nostra limitativa vita su questa terra di atti di appartenenza e schieramento, senza fanatismi di ogni sorta, certo.

Io ritengo di aver scelto, coi miei limiti, lo schieramento dei giusti, fino a prova contraria; è questa appartenenza che mi fa simpatizzare con molte delle tue battaglie e tematiche attraverso il blog, nella reciproca lealtà.
A me il pasto dei corvi non è mai piaciuto.
Né posso accettare che la legittima pretesa di lotta politica (quando c’è buonafede e lealtà delle posizioni, s’intende) da parte di ognuno rispetto ad altri - o contro l’operato di taluni sindaci del passato - sconfini nell’oscuramento delle cose buone e giuste, o peggio nel travisamento di fatti e vicende amministrative del passato, che pure vedono coinvolto me e tanti altri uomini e donne di “buona volontà”.

Tu hai ritenuto, in piena e legittima libertà, di intraprendere la forte azione della denuncia querela a proposito dei fatti occorsi in un recente Consiglio Comunale in cui si discuteva di questioni legate alla famigerata tematica delle indennità di esproprio; io ritengo che non siano questi i mezzi appropriati, se si vuole arrivare ad una soluzione più equa ed efficace per tutti, a parte quelli interessati unicamente al parassitismo della rendita fondiaria.

Certo, le istituzioni vanno rispettate, soprattutto.
C’è da chiedersi, tuttavia, se delle volte non siano insipienti scelte pubblicistiche, o disattenzioni amministrative, ad indurre la reazione di chi potrebbe trovarsi in situazione di disperazione propria e famigliare.

Converrai che la giurisprudenza del secondo dopoguerra, dopo l’era fascista, ha sempre, o quasi sempre, riconosciuto giustificazione ed attenuanti alle forme estreme (diciamo cosi) di protesta (escluse quelle armate e violente), di chi lottava disperato per i diritti sociali e civili, come per quelli sul lavoro, di cui sono stato sempre partecipe, materialmente ed idealmente.

Se poi, come tu dici, dietro la protesta ci sia stata la regia di qualche preteso Masaniello, non proprio disperato, bensì alla ricerca di propri opportunistici vantaggi, sarà la magistratura, se lo riterrà, a questo punto, ad accertarlo.

Resta che in questo clima si rischia di distrarre l’attenzione sulla equa soluzione, se c’è, del problema delle indennità di esproprio, francamente esorbitanti, come anche una recente consulenza tecnica ha dimostrato secondo me.

Si rischia impunemente di mestare ancora nel torbido (da parte di chi in malafede naturalmente) a proposito di politiche, buone e giuste a mio convinto parere, dei Comparti Edilizi e del connesso e famigerato art. 51, attuate negli anni ’90 nella nostra città.
Questi erano gli strumenti più avanzati, e necessari in quel momento (almeno io ritengo, e tanti altri con me), che la legislazione metteva a disposizione in tema di perequazione urbanistico/edilizia contro la rendita fondiaria, ed io rivendico quella politica come coerente politica di sinistra, a parte le scelte di destra che taluni hanno fatto poi, e di cui non spetta a me, ed a tanti altri come me di quell’epoca, dare conto.

In un video-monologo di qualche mese fa, che faceva seguito ad una video-intervista ad un ex dirigente del settore urbanistico del nostro comune, tu riportavi la domanda perplessa di una persona, anch’essa protagonista della politica cittadina, che chiedeva del come tu facessi a mettere insieme le argomentazioni di tale dirigente e le mie battaglie su ambiente paesaggio e beni comuni, nel tuo blog.

Naturalmente, come tu asserivi, cosi mi sembra di ricordare, nessun problema, essendo Ruvolibera una sede di libera e non pregiudiziale discussione, appunto.
A me sembra invece che la discussione sul PRG e sull’art. 51 sia sottesa, perlopiù, da pregiudizio che spesso, da parte di taluni, è in malafede o pregiudicato da secondi fini, specie quelli attinenti la rendita politica, a parte quelli “comprensibili” dei proprietari dei suoli.

Converrai che ogni strumento di informazione oltreché promuovere la libera circolazione di idee, è giusto che assuma una propria linea editoriale, altrimenti il rischio è di trovarsi nella confusione della classica notte hegeliana in cui “tutte le vacche son nere”.
Ebbene, anch’io faccio fatica a mettere insieme la meritoria diffusione di molti dei tuoi scritti ed altrui, e rassegna stampa varia sui sacrosanti temi dei diritti sociali, civili, ambientali e della legalità in genere, con altre argomentazioni di alcuni sul PRG, sull’art. 51, sul Pug etc che a me paiono obiettivamente ed ingiustamente fuorvianti, incompleti e sommari, senza distinzione alcuna, distinzione necessaria quando si parla di temi complessi.

Né è ammisibile quella che appare maldicenza gratuita dei detti taluni a danno di altri, tanto più, quando si è anche in presenza di gravi problemi finanziari di molte famiglie, come anche del nostro Comune; salvo che non si cerchi demagogicamente il capro espiatorio, per scrollarsi delle proprie eventuali responsabilità.

Non che non sia ammesso il diritto di critica su questo PRG o su quant’altro fatto in passato (a tal proposito ho già detto la mia nel lungo documento sulla qualità urbana pubblicato sul blog); ma l’esercizio della critica, nel suo senso più pregnante, come l’etimologia dal greco antico vuole, è attività del discernimento e della distinzione finalizzata alla chiarezza, e per esercitarla occorre credibilità per vissuto, conoscenza, passione per la cultura e soprattutto buona intenzione. 

Comunque, se ci sarà modo tempo e voglia, faccio riserva di dire qualcosa, dal mio punto di vista, su vicende su cui ho già avuto modo di accennare fugacemente nel mio documento sulla qualità urbana e qualità dell’espansione urbana (Extramurale nord etc. ) del Gennaio scorso, consegnato ad ognuno dei consiglieri comunali in carica, quale mio piccolo contributo-proposta di già-amministratore della nostra città; alla cui pubblicazione ti sei reso disponibile e della qual cosa ti ringrazio ancora.

A parte tutto, ti scrivo soprattutto per chiederti di condividere, magari pubblicandolo, questo editoriale di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della Sera del 27 Agosto scorso, a cui è seguito una intervista dolente ed autorevole al bravo prof. Paolucci, attuale direttore dei Musei Vaticani e già ministro ai beni culturali, sempre sul Corriere.

Quasi sempre, nei miei limiti, non mi trovo concorde col prof. Galli della Loggia in tema di politica ed economia, ma da tempo apprezzo molto le sue battaglie in difesa della bellezza e del paesaggio, come anche quelle del suo sodale prof. Salvatore Settis.
Ritengo sia utile leggerlo, anche a proposito delle nostre battaglie locali e delle tante cose brutte che anche a Ruvo realizziamo.

I temi richiamati della riforma del Titolo V della Costituzione e del conseguente maldestro, fuorviante e malinteso federalismo istituzionale e demaniale, sono complessi e vanno meglio sviscerati.
Comunque è centrale il tema della sovra-ordinazione dei poteri per tematiche fondamentali come la bellezza e il paesaggio, che come si sa è nozione onnicomprensiva di ambiente, territorio e cultura e quindi del nostro benessere.
Avvicinare controllori e controllati con le riforme istituzionali, per come sinora si sono attuate, si è rivelato un danno, mi sembra.


Nicola Amenduni

 

Dal Corriere della Sera, 27 agosto 2012
Il paesaggio preso a schiaffi

 
Trascorrere qualche giorno in Calabria - dico la Calabria solo come un caso esemplare (e pur sapendo di dispiacere agli amici che vi conto), dal momento che quanto è successo lì è più o meno successo in mille altre contrade della Penisola - significa essere posti di fronte ad uno spettacolo a suo modo apocalittico. Ed essere costretti ad interrogarsi su tutta la recente storia del Paese.

Lo spettacolo apocalittico è quello della condizione dei luoghi. Sono cose note ma non bisogna stancarsi di ripeterle. Centinaia di chilometri di costa calabrese appaiono distrutti da ogni genere di abusivismo: visione di una bruttezza assoluta quanto è assoluto il contrasto con l'originaria amenità del paesaggio. Dal canto loro i centri urbani, di un'essenzialità scabra in mirabile consonanza con l'ambiente, sebbene qua e là impreziositi da autentici gioielli storico-artistici, sono oggi stravolti da una crescita cancerosa: chiusi entro mura di lamiere d'auto, per metà non finiti, luridi di polvere, di rifiuti abbandonati, di un arredo urbano in disfacimento. 
 
L'inaccessibile (per fortuna!) Aspromonte incombente sulle marine figura quasi come il simbolo di una natura ormai sul punto di sparire; mentre le serre silane sono già in buona parte solo un ricordo di ciò che furono. Luoghi bellissimi sono rovinati per sempre. Non esistono più. Ma nel resto d'Italia non è troppo diverso: dalla Valle d'Aosta, alle riviere liguri, a quelle abruzzesi-molisane, al golfo di Cagliari, ai tanti centri medi e piccoli dell'Italia peninsulare interna (delle città è inutile dire), raramente riusciti a scampare a una modernizzazione devastatrice. Paradossalmente proprio la Repubblica, nella sua Costituzione proclamatasi tutrice del paesaggio, ha assistito al suo massimo strazio.

Ma oggi forse noi italiani cominciamo finalmente a renderci conto che distruggendo il nostro Paese tra gli anni 60 e 80 abbiamo perduto anche una gigantesca occasione economica. L'occasione di utilizzare il patrimonio artistico-culturale da un lato e il paesaggio dall'altro - questi due caratteri unici e universalmente ammirati dell'identità italiana - per cercare di costruire un modello di sviluppo, se non potenzialmente alternativo a quello industrialista adottato, almeno fortemente complementare. 
 
Un modello di sviluppo che avrebbe potuto essere fondato sul turismo, sulla vacanza di massa e insieme sull'intrattenimento di qualità, sulla fruizione del passato storico-artistico (siti archeologici, musei, centri storici), arricchita da una serie di manifestazioni dal vasto richiamo (mostre, festival, itinerari tematici, ecc.); un modello capace altresì di mettere a frutto una varietà di scenari senza confronti, un clima propizio e - perché no? - una tradizione gastronomica strepitosa. È davvero assurdo immaginare che avrebbe potuto essere un modello di successo, geograficamente diffuso, con un alto impiego di lavoro ma investimenti non eccessivi, e probabilmente in grado di reggere assai meglio di quello industrialista all'irrompere della globalizzazione, dal momento che nessuna Cina avrebbe mai potuto inventare un prodotto analogo a un prezzo minore?

Capire perché tutto ciò non è accaduto significa anche capire perché ancora oggi, da noi, ogni discorso sull'importanza della cultura, sulla necessità di custodire il passato e i suoi beni, di salvare ciò che rimane del paesaggio, rischia di essere fin dall'inizio perdente.

Il punto chiave è stato ed è l'indebolimento del potere centrale: del governo nazionale con i suoi strumenti d'intervento e di controllo. In realtà, infatti, in quasi tutti gli ambiti sopra evocati è perlopiù decisiva la competenza degli enti locali (Comune, Provincia, Regione), tanto più dopo l'infausta modifica «federalista» del titolo V della Costituzione. 
 
Lo scempio del paesaggio italiano e di tanti centri urbani, l'abbandono in cui versano numerose istituzioni culturali, l'impossibilità di un ampio e coordinato sviluppo turistico di pregio e di alti numeri, sono il frutto innanzi tutto della pessima qualità delle classi politiche locali, della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale (non per nulla in tutta questa rovina il primato è del Mezzogiorno). Questa è la verità: negli anni della Repubblica il territorio del Paese è sempre di più divenuto merce di scambio con cui sindaci, presidenti di Regione e assessori d'ogni colore si sono assicurati la propria carriera politica (per ottenere non solo voti, ma anche soldi: vedi il permesso alle società elettriche d'installare pale eoliche dovunque). 

D'altra parte, si sa, sono molte le cose più popolari della cultura: elargire denari a pioggia a bocciofile, circoli sportivi, corali, sagre, feste patronali e compagnia bella, rende in termini di consenso assai più che il restauro di una chiesa. I politici calabresi sanno benissimo che la condizione in cui si trovano i Bronzi di Riace - fino ad oggi nascosti da qualche parte a Reggio, in attesa da anni di un museo che li ospiti - se è un vero e proprio scandalo nazionale, tuttavia non diminuisce di un briciolo la loro popolarità a Crotone o a Vibo Valentia.

Solo un intervento risoluto del governo centrale e dello Stato nazionale può a questo punto avviare, se è ancora possibile, un'inversione di tendenza; che però deve essere necessariamente anche di tipo legislativo. Ma per superare i formidabili ostacoli che un'iniziativa siffatta si troverebbe di sicuro davanti, deve farsi sentire alta e forte la voce dell'opinione pubblica, per l'appunto nazionale, se ancora n'esiste una. Non è ammissibile continuare ad assistere alla rovina definitiva dell'Italia, al fallimento di un suo possibile sviluppo diverso, per paura di disturbare il sottogoverno del «federalismo» nostrano all'opera dovunque.

Ernesto Galli della Loggia 27 agosto 2012 | 13:14

L' intervista 
L' intervento dopo l' editoriale di Ernesto Galli della Loggia«Il federalismo irresponsabile che devasta il nostro paesaggio»
 
I sovrintendenti «Le accuse ai sovrintendenti di essere nemici della modernità? Ingenerose: controllare è il loro mestiere» Il direttore dei musei vaticani Paolucci: ridiamo il potere all' amministrazione centrale
 
MILANO - Centinaia di chilometri di coste distrutti da ogni genere di abusivismo. Centri urbani stravolti da una crescita cancerosa. Il degrado spicca in Calabria, ma il quadro non è molto diverso nel resto d' Italia, in Val d' Aosta come sulle Riviere liguri. Paradossalmente l' unico Paese che nella Costituzione si proclama tutore del paesaggio assiste impassibile al suo massimo strazio. 
 
Così scriveva ieri sull' editoriale del Corriere Ernesto Galli della Loggia. E Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani ed ex ministro dei Beni culturali, «condivide totalmente» la sua denuncia: lo scempio del paesaggio italiano è il risultato della pessima qualità delle classi politiche locali e della loro crescente disponibilità a pure logiche di consenso elettorale. «Uno degli atti più sciagurati compiuti nel nostro Paese - sostiene lo storico dell' arte 73enne - è la riforma del Titolo V della Costituzione. 
 
La Repubblica, che dovrebbe tutelare il paesaggio e i beni artistici, di fatto non è più una, diretta dal centro, ma un guazzabuglio di tutto: le regioni, le province, i comuni, fino ai consigli di quartiere. Istituzioni governate il più delle volte da personaggi mediocri, con le conseguenze che vediamo». Ne è talmente convinto, Paolucci, da farne quasi un punto di autocritica rispetto alla propria passata attività ministeriale nel governo Dini, tra il 1995 e il 1996. 
«Fossi di nuovo ministro - afferma lo studioso - mi impegnerei ancora di più per frenare la deriva particolaristica che è seguita alla pessima riforma costituzionale del 2001. Forse allora non riuscii a immaginarne del tutto le implicazioni e le conseguenze». 
 
Prima della riforma un sovrintendente rispondeva al governo centrale; mentre nel sistema attuale, con i poteri di tutela distribuiti tra i vari livelli locali, le competenze sono frammentate, i poteri dei tecnici ridimensionati e, in caso di contenziosi, il Tar dà quasi sempre ragione agli enti locali. Con l' effetto di intimidire ancor più l' azione dei controllori. 
 
Eppure i sovrintendenti sono stati spesso accusati di essere, a loro volta, un centro di potere che paralizza ogni trasformazione urbanistica. «Certo, è l' eterna accusa di bloccare tutto, di essere nemici della modernità. Ma è un'accusa ingiusta. Il mestiere dei sovrintendenti è controllare. E, quando si controlla, a volte si deve bloccare. È una missione svolta per tutti. La tutela dei boschi dell' Aspromonte o degli acquedotti laziali interessa tutti gli italiani, anche quelli di Bolzano. Interessa la patria, e pazienza se a qualcuno la parola non piacerà o sembrerà retorica. Non lo è». 
 
A proposito di parole. Le brutte cose, così come le belle, tendono a trasferirsi nel linguaggio, rivelando talvolta sinistre mutazioni culturali. Il degrado ambientale, sottolinea l' esperto, ha contaminato anche la lingua italiana. «Tanto che il termine "paesaggio", forse perché rigoroso, o considerato elitario, è stato sostituito con il più comodo concetto di "territorio", che implica utilizzo, sfruttamento, svincoli, parcheggi. Una parola amata da assessori e geometri, ma anche da molti urbanisti. 
 
E "godimento" è stato rimpiazzato da "fruizione", riducendo la Venere del Botticelli alla stregua di un servizio pubblico (di cui, appunto, si fruisce) o di un' esenzione fiscale». Che fare? Il direttore dei Musei Vaticani ritiene che si debba «rimettere la palla al centro», restituendo potere all' amministrazione dello Stato, un' amministrazione che venga opportunamente riqualificata. 
 
Ma la vera sfida è coordinare gli interventi tra i vari ministeri: dai Beni culturali allo Sviluppo economico. «L' Italia è la repubblica delle individualità, un connotato che rappresenta la sua bellezza. Siamo il luogo delle differenze. Dobbiamo impegnarci a salvaguardarle ma in un quadro di coordinamento centrale». Quasi un ossimoro, Paolucci lo sa bene. Da dove può arrivare la conciliazione di questi due estremi? 
 
La tutela del paesaggio, ricorda lo studioso, nasce in Italia cinque secoli or sono, quando Papa Leone X Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico, crea la potestà normativa dei beni culturali affidandone la sovrintendenza a un «tecnico». Ma non a un tecnico qualunque: a Raffaello. Così nasce la «civiltà italiana della tutela». 
 
Gli altri due momenti essenziali, nel Novecento, sono la legge Bottai del 1939 («opera del miglior ministro dell' Italia moderna») e l' articolo 9 della Costituzione, anch' esso unico al mondo. Tutte azioni figlie di grandi personalità intellettuali. 
 
Grazie a quelle leggi, grazie a quell' operato, il patrimonio culturale italiano è arrivato quasi intatto fino a noi. Da un certo punto in poi però il Paese non è stato più in grado di tutelarlo, nelle stagioni della crescita economica. La recessione, pur con tutti i suoi mali, potrebbe forse spingere brutalmente verso qualche ripensamento benefico, anche per l' economia. «O almeno c' è da augurarselo». 
 

**** Ecomostri generati da un potere centrale debole Secondo Ernesto Galli della Loggia il motivo principale per cui il nostro territorio è stato danneggiato da anni di abusivismo e costruzioni dissennate (nella foto sopra l' albergo di Alimuri a Vico Equense, Napoli) è stato l' indebolimento del potere centrale con i suoi strumenti d' intervento e di controllo. I fondi statali sono inoltre stati dirottati per sostenere interventi diversi da quelli per la cura del paesaggio

Segantini Edoardo

 

 


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